Capitolo Uno. L'attualit di Nicola Cusano.
Epicureismo, atteggiamento ludico
e pensiero utopico
nella filosofia del Rinascimento.
Introduzione.

Fra l'oggettivismo del pensiero antico e medievale e il
soggettivismo del pensiero moderno si pone la filosofia
rinascimentale. Essa si caratterizza soprattutto per aver
collocato l'uomo al centro dell'universo, con ai due lati Dio e la
Natura, e di averne fatto il nodo della creazione, la copula
mundi (il legame del mondo) ( pagina 8), il microcosmo in grado
di relazionarsi con Dio (attraverso l'anima) e con il mondo
(attraverso il corpo). Cominciamo con il mettere in evidenza
alcuni aspetti della filosofia di questo periodo, che va dal 1350,
anno della morte dell'ultimo grande pensatore della scolastica
medievale, Guglielmo di Ockham, fino al 1637, anno in cui fu
pubblicato (anonimo) il Discorso sul metodo di Descartes.
L'attualit di Nicola Cusano.
Nicola Krebs, nato a Cues nel 1401, si dimostr un filosofo di
un'originalit sorprendente e capace di dialogare con culture
diverse: da quella greca antica a quella bizantina, da quella
germanica, a quella scolastica e a quella rinascimentale. Egli
tent una conciliazione fra istanze complesse e molteplici e
teorizz la possibilit di una pace religiosa fra cattolici e
ortodossi e fra cristiani e musulmani. Diplomatico di valore,
avendo intrapresa la carriera ecclesiastica, ebbe l'occasione di
far parte di una delegazione che si rec a Bisanzio per prendere i
primi accordi con la Chiesa Ortodossa (era in corso allora un
tentativo di riunificazione). Risiedette a Costantinopoli per
circa un anno (1437-38), durante il quale riusc a prendere
contatto con le persone pi colte della capitale dell'Impero
Bizantino. In quell'occasione si interess al dibattito su Platone
ed Aristotele che si svolgeva fra i Padri orientali, i quali
andavano sempre pi recuperando il pensiero di Platone e il
neoplatonismo.
Erano allora tempi difficili per la Chiesa cattolica, che si
dibatteva fra i conciliaristi (favorevoli a trasferire parte del
potere pontificio al Concilio, cio ai vescovi) e i sostenitori
dell'autocrazia papale. Il Cusano, dapprima conciliarista, si
spost poi verso posizioni opposte facendosi coinvolgere in
dibattiti e polemiche. Il clima era talmente infuocato che
nell'anno 1439 si arriv, da parte dei padri conciliari riuniti a
Basilea a dichiarare che il papa era un eretico proprio negli
stessi giorni in cui a Firenze egli proclamava la riunificazione
fra le due Chiese, d'Oriente e d'Occidente.
Il Cusano port a termine in quegli anni le sue opere pi
importanti: il De docta ignorantia (Sulla dotta ignoranza) e il
De coniecturis (Sulle congetture), nelle quali egli sosteneva
che tutto  pervaso da una profonda relativit, compreso
l'Universo, di cui non si pu dire dove sia il centro e dove i
confini. Ogni essere individuale si complica con tutte le altre
realt dell'Universo e tutte si disnodano da una realt
trascendente, la quale costituisce anche la fonte a cui l'essenza
di ogni cosa fa riferimento. Egli teorizzava un Universo non pi a
struttura piramidale, come nel Medioevo, ma di esseri uguali,
tutti dipendenti dalla medesima Sostanza, tutti uniti in una
struttura unitaria sotto la stessa legge divina che li domina.
Cos il finito non pu fare a meno dell'infinito, che per non 
un altro essere, che si contrappone al finito, ma ci in cui tutte
le contraddizioni del finito trovano il loro superamento e
inveramento (nella dimensione dell'infinito il massimo coincide
con il minimo).
Cusano s'impegn nel difficile tentativo di superare la
contraddizione logica ed ontologica fra l'unitotalit di Dio (che
tutto deve comprendere in s, senza lasciare nulla fuori di s) e
la necessit di distinguere il mondo creato dal suo Creatore per
evitare di cadere nel panteismo (una distinzione da cui deriva la
necessit di un dualismo fra Creatore e creature). Egli ritenne di
risolvere il problema ponendo i due elementi (Dio e il mondo) a
diversi livelli di comprensione, per cui, se da una parte il
dualismo  confermato, dall'altra la logica dell'infinito
permette, se non di comprendere pienamente, almeno di congetturare
la possibilit di inserire il mondo e l'umano nell'Infinito. In
esso gli elementi particolari finiscono con il perdere la loro
individualit specifica. Cusano utilizza immagini tratte dalla
matematica e dalla geometria per indicare in che modo sia
possibile che l'infinito sia trascendente e immanente allo stesso
tempo (come l'idea di unit in rapporto a tutta la serie dei
numeri) e come i particolari perdano nell'infinito la loro
specificit (come la tangente in rapporto alla circonferenza).
La sua opera pi importante  L'idiota, in cui viene
reinterpretata originalmente la tradizione socratica della docta
ignorantia. In essa Cusano tratta argomenti di grande impegno
teoretico, fra cui la stessa esistenza di Dio. Per Cusano Dio 
esperibile come presenza non oggettivabile nella mente di ogni
uomo (rifiuto della teologia affermativa). Questa presenza, che 
dominante e ineliminabile, non pu essere oggetto di ricerca
perch  il fondamento di ogni ricerca; infatti di essa sono
tracce l'idea del Vero e l'idea dell'Essere, senza le quali la
mente non pu funzionare. Il fatto della presenza dominante ed
ineliminabile di Dio nella mente umana fa di essa una  copula
mundi , una vera immagine di Dio, la strada maestra per tendere
al trascendente. Si tratta, nel complesso, di una serie di
spunti che saranno poi utilizzati dalla filosofia
rinascimentale.
Dio comunque  posto da Cusano molto al di sopra delle possibilit
della mente umana, non solo per quanto riguarda il pensiero
epistemico e le potenzialit affermative della ragione. Anche la
teologia negativa (arrivare ad avere un'idea di Dio affermando ci
che Egli non ) si trova di fronte a limiti invalicabili. Cusano
sostiene che al di sopra della logica aristotelica, fondata sul
principio di non contraddizione - che egli considera la logica del
finito -, esiste la logica dell'infinito, fondata sulla
coincidentia oppositorum (coincidenza degli opposti). Comunque
Dio deve essere considerato al di l non solo della logica, ma
anche di ogni possibilit di affermazione e negazione. Su di Lui
si possono fare solo congetture. L'unica teologia possibile rimane
quella apofatica, teorizzata per la prima volta da Plotino, la
quale sostiene che quando si tratta di Dio l'inadeguatezza del
linguaggio costringe al silenzio e all'ascolto.
Cusano ha il merito di aver sviluppato in modo originale un
pensiero di matrice noetico-intuitiva, su cui gi Platone aveva
molto insistito. A questo proposito  rimasta famosa la polemica
con Giovanni Wenck, teologo dell'universit di Heildelberg, che
gli contest la ricerca di una logica nuova, di una inesistente
meta-razionalit, per far luce sul mistero cristiano; una scelta
profondamente contraria alla tradizione aristotelica da una parte
(e quindi al tomismo, che ne accettava pienamente la logica
formale) e alla teologia di matrice francescana dall'altra, che
insisteva invece su una separazione netta fra ragione e fede
(Confronta Quaderno primo/6, Il dibattito del tredicesimo secolo.
I termini della questione).
Cusano rispose con l'opera Apologia doctae ignorantiae in cui
insisteva sulla necessit di non appiattirsi sulla logica
razionalistica e sul pensiero epistemico. Egli rammentava la
relativit (la dimensione congetturale) della conoscenza umana e
quindi anche della logica aristotelica e del principio di non
contraddizione. A questo proposito Cusano riteneva positivo il suo
tentativo di elaborare una logica dell'infinito, da cui emergeva
la coincidentia oppositorum, che confutava le pretese
assolutistiche della logica aristotelica. Per il filosofo tedesco
la filosofia era amore per la sapienza, ma non sapienza essa
stessa; il suo campo era quello della "docta ignorantia". Il
filosofo  in grado di elaborare solo delle "congetture"; non pu
giungere ad una conoscenza epistemica, ad una sapienza oggettiva,
valida per tutti, in ogni luogo ed in ogni momento. Infine Cusano
proponeva di fondare sull'unit del Verbo (Logos) con la persona
fisica del Cristo l'unit dialettica (non logica) del finito con
l'infinito, e contemporaneamente dell'uomo con la natura e con la
totalit del creato.
L'opera De pace fidei costituisce una summa del pensiero teologico
cusaniano. Il suo motivo occasionale fu una proposta di dialogo
con i musulmani, che stavano minacciando Costantinopoli sempre pi
da vicino. L'opera divenne un tentativo di dialogare con tutte le
religioni passate e presenti, comprese le eresie. Il filosofo
cristiano immagina di avere come interlocutore un  altro filosofo
non cristiano, ma il dialogo non porta verso il razionalismo
astratto e quindi verso il deismo, come avverr nei secoli
seguenti, nonostante che gli argomenti affrontati siano
particolarmente impegnativi: il primo  il monoteismo, il secondo
la centralit di Cristo salvatore, il terzo la Chiesa. Egli
sostiene l'universalit del cristianesimo e la capacit di questa
religione di comprendere ed accettare ci che di meglio si trova
nelle altre. Queste poi non sono nemiche del cristianesimo, ma
momenti positivi verso di esso. Anche il lume naturale si completa
nel cristianesimo e deve essere da questo accettato e valorizzato.
Cusano arriva ad affermare l'esistenza di una ragione religiosa,
vero punto di accordo su cui fondare la pace della fede.
Gli ultimi anni della sua vita lo videro come vescovo di
Bressanone impegnato in un durissimo scontro con il conte del
Tirolo, in cui ebbe la peggio. Mor nel 1464, presso la citt di
Todi. E' sepolto a Roma nella chiesa di S. Pietro in Vincoli.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno. Introduzione.
Rinascimento ed epicureismo.
Uno degli argomenti su cui si  maggiormente sviluppato il
dibattito fra gli storici della filosofia  stato il rapporto fra
il Rinascimento e la religione cristiana. Se  vero che il
Quattrocento italiano annovera riformatori religiosi del calibro
di Bernardino da Siena e Savonarola,  altrettanto vero che non
furono loro a dare l'impronta all'epoca. Il periodo avignonese,
lo scisma d'Occidente, la condanna di Jan Hus, la corruzione
interna alla Chiesa, la nascita degli stati nazionali, il
desiderio di sempre maggiore autonomia del potere politico a tutti
i livelli avevano ridimensionato il peso e l'influenza della
Chiesa nella societ dell'epoca. Fra le classi colte le preferenze
cominciarono a essere rivolte alla vita attiva, mentre
tramontava il fascino di quella contemplativa, che invece nel
Medioevo era stata considerata la via maestra per arrivare alla
pace e a Dio, come ricorda Bonaventura nel suo Itinerarium e Dante
nel Paradiso (terzo, 85).
Ugualmente perdeva forza la dottrina del peccato e della grazia
divina, senza l'aiuto della quale l'uomo non era considerato in
grado di fare nulla di buono (Purgatorio, settimo, 52-54), mentre
contemporaneamente cresceva l'entusiasmo per la vita attiva, la
fiducia nelle possibilit dell'uomo di realizzare un'armonia nel
suo mondo, la civitas terrena. Numerose sono le manifestazione di
questa fiducia: dal De contemptu mundi di Innocenzo terzo alla
scoperta di quanto possa essere affascinante impegnarsi nella vita
sociale, cominciando dalla politica. Tornarono in auge gli studi
di eloquenza, di retorica, la storiografia (per imparare dagli
antichi come si governa la cosa pubblica), la pedagogia,
l'educazione fisica, la diplomazia. Nello stesso periodo si
affermarono la Fortuna e il Fato; il concetto di virt cambi
significato per adeguarsi a quello della Roma antica, la natura
(physis) divent oggetto di grande interesse ed attenzione, la
mitologia classica divenne qualcosa di pi di una moda.
Nel ritmo vorticoso che gli avvenimenti prendevano in quel
periodo, quando la scoperta di nuovi codici veniva salutata con un
entusiasmo incredibile, cominci a farsi sentire il fascino di
alcune correnti filosofiche del passato che, dimenticate o
rifiutate durante il Medioevo, sembravano essere in sintonia con i
tempi nuovi. Nei primi anni del Quattrocento vennero ritrovati il
De rerum natura di Lucrezio e le Vite dei filosofi di Diogene
Laerzio, opera, quest'ultima, che d ampio spazio al filosofo del
giardino (Vedi Quaderno primo/4).
L'introduzione nel dibattito filosofico del pensiero di Epicuro 
particolarmente interessante per la sua lontananza non solo dalla
tradizione filosofica allora dominante - quella
platonico-aristotelica - ma anche dal cristianesimo; e per le
difficolt che avrebbe comportato una sua cristianizzazione.
Da Platone e Aristotele la filosofia del Rinascimento arriv al
filosofo del giardino nel modo seguente: si cominci con il
constatare che Platone riponeva la virt nell'esercizio
dell'attivit dell'intelletto e che Aristotele, ponendo al centro
della morale la ricerca della felicit, considerava somma virt, e
quindi il vertice della felicit, l'attivit contemplativa
dell'intelletto (theoretiks bos). Queste due posizioni,
abbastanza simili fra loro, potevano essere accomunate constatando
che per entrambi i filosofi l'attivit virtuosa tendeva a
raggiungere un piacere intellettuale, raffinato, ma pur sempre un
piacere.
Quindi era possibile affermare che i due grandi filosofi
dell'antichit erano stati d'accordo nel ritenere che l'atto
morale quanto pi sarebbe stato virtuoso, tanto pi sarebbe stato
anche fonte di piacere. La vicinanza fra virt e piacere apriva la
strada al ritorno di Epicuro, non nei panni del sovvertitore,
bens in quelli di colui che aveva arricchito la tradizione
filosofica precedente di nuove e fruttuose osservazioni. Con
l'aiuto del pensiero epicureo si poteva affermare che il rapporto
fra virt e piacere, che nella tradizione medievale era stato di
netta contrapposizione, poteva essere di piena compatibilit. Anzi
in questo modo si rafforzava il desiderio dell'uomo di compiere
l'atto virtuoso proprio per il piacere che esso era in grado di
arrecare.
Il filosofo ellenistico permetteva poi di superare la distinzione
fra i vari tipi di piacere, quelli elevati e quelli volgari,
quelli dell'anima e quelli del corpo, e di rivalutare il piacere
fisico. Naturalmente si aveva cura di sottolineare che Epicuro
aveva insegnato a ricercare il piacere con tutte le cautele
necessarie per ricevere un vantaggio piuttosto che un danno e
quindi che si era ben lontani da un volgare edonismo. Ma poi,
sviluppando le premesse insite nel pensiero epicureo, alcuni suoi
seguaci del periodo rinascimentale erano arrivati alla conclusione
che, se non vi fosse stato da considerare il danno, anche le
azioni pi turpi avrebbero potuto essere considerate lecite.
Fra i seguaci di Epicuro, troviamo Lorenzo Valla ( pagine 5-6).
Formidabile polemista e grande filologo, fin da giovane egli
espresse la sua simpatia per il filosofo del giardino e fu
autore di un'opera di ispirazione epicurea, dal titolo De
voluptate (del 1431, pi volte riedita e pi nota con il titolo De
vero falsoque bono). In quest'opera il grande umanista porta
avanti una polemica contro tutti quei filosofi antichi,
soprattutto gli stoici, i quali avevano ipocritamente mascherato
con altisonanti dottrine il fatto che l'uomo  sommamente attratto
dal piacere fisico. Questo aspetto fa parte della natura umana -
afferma il Valla - perch cos essa  stata creata da Dio. L'eroe
stoico o  un ipocrita che mente, o un uomo che va contro le leggi
della natura e rifiuta la vita, perch vivere significa cercare il
piacere. Valla trascurava la parte metafisica della dottrina
epicurea e valorizzava il piacere come risultato della capacit
dell'uomo di amare e di essere amato. Inteso in questo modo
l'epicureismo diventava una filosofia meno lontana dal
cristianesimo: religione che invita all'amore e promette la
beatitudine celeste (cio un piacere senza fine). Dalla condanna
dello stoicismo conseguiva poi quella di tutte le dottrine
ascetiche, compreso il monachesimo cristiano.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno. Introduzione.
La dimensione ludica nel Rinascimento.
Nel 1440 usc l'opera pi famosa di Lorenzo Valla, la De falso
credita et ementita Constantini donatione Declamatio, in cui erano
presenti pesanti giudizi sulla Chiesa del tempo. In particolare il
papato era accusato di essersi allontanato dai princpi evangelici
(predicare la parola di Dio e dare l'esempio con il proprio stile
di vita) e si era buttato nel mondo, accettandone tutte le regole.
E siccome nel mondo regna la legge del pi forte, il papato,
accettando questa legge, era venuto meno ai princpi evangelici.
Da ci erano venuti i mali d'Italia.
Nel 1447, salito al trono pontificio l'umanista Nicol quinto, il
Valla ebbe la nomina a scrittore apostolico. Negli anni seguenti
pubblic le Adnotationes in Novum Testamentum, in cui egli
applicava la critica filologica umanista al Testo Sacro e metteva
in crisi la secolare e collaudata esegesi medievale. Il suo
esempio verr seguito da Erasmo da Rotterdam ( pagine 24-25), che
nel 1505 si fece promotore della pubblicazione dell'opera di
Lorenzo Valla.
Alla morte di Nicol quinto, sal al potere Callisto terzo
(Borgia) che nomin Valla segretario pontificio (1455). Non si sa
con sicurezza se il filosofo abbia ricevuto gli ordini sacri,
comunque fu sepolto come canonico nella Basilica Lateranense.
Nonostante che Lorenzo Valla fosse stato l'autore di un'opera che
aveva dato un duro colpo al prestigio del papato, due papi lo
assunsero al loro servizio, dimostrando un atteggiamento nei suoi
confronti che si pu considerare molto pi che una benevola
tolleranza. Il suo caso  emblematico della forte dimensione
ludica, con cui gli studia humanitatis venivano recepiti ai
livelli pi alti della gerarchia ecclesiastica.
Un altro esempio di questo atteggiamento  dato da un episodio
avvenuto durante l'elezione al pontificato di Leone decimo, della
famiglia dei Medici, papa umanista: nel tradizionale periodo di
feste, che fece seguito alla elezione del papa, si poteva leggere
per le vie di Roma la scritta: Prima domin Venere (Alessandro
sesto), poi Marte (Giulio secondo), ora porta lo scettro Pallade
Atena (Leone X).
Nel 1517 l'opera di Lorenzo Valla sulla donazione di Costantino
venne pubblicata in Germania. Due anni dopo, leggendo quest'opera,
Lutero - che invece era incapace di comprendere la dimensione
ludica nella storia - si convinse definitivamente che a Roma
abitava ... l'Anticristo. In quegli anni era papa Leone X.
Lo storico Johan Huizinga afferma che non esiste nessuna lite
conscia e ritirata in s, che abbia cercato di costringere la vita
ad un gioco di immaginata perfezione, cos autentica come la
societ del Rinascimento (Homo ludens). Egli insiste sul fatto
che, sebbene vi fosse una profonda seriet nel modo in cui il
gioco veniva portato avanti, ci non toglie che tutto
l'atteggiamento spirituale del Rinascimento  gioco. Fra i pi
significativi esempi di questo gioco serioso nel campo della
filosofia, possiamo citare l' Elogio della pazzia di Erasmo e l'
Utopia di Th. More.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno. Introduzione.

La dimensione utopica nel Rinascimento.
Non  facile stabilire i motivi che favoriscono la nascita di un
pensiero utopico nelle varie epoche, ma non si dovrebbe essere
troppo lontani dal vero quando lo si pone in stretta correlazione
con un malessere diffuso e con un giudizio severo sulla propria
epoca, uniti alla speranza che siano vicini i tempi per un
profondo cambiamento. Nella storia dell'Occidente, poi, il
pensiero utopico ha sempre fatto riferimento, in modo pi o meno
esplicito a Platone; e anche Gioacchino da Fiore ha avuto una
grande influenza su di esso.
Ma chi ha fatto dell'utopia un genere letterario di grande
successo  stato l'umanista inglese Thomas More, autore di
un'opera dal titolo Utopia, che significa il luogo che non  da
nessuna parte  (1516).
Per quanto riguarda l'utopia nel Rinascimento, troviamo un primo
elemento nuovo, caratteristico dell'epoca: l'incontro degli
europei con gli abitanti delle Americhe. Gli spagnoli erano
rimasti sorpresi dal fatto che gli indigeni girassero nudi senza
alcun imbarazzo, come la Bibbia racconta dei nostri progenitori,
quando erano ancora nel Paradiso Terrestre. Inoltre questi
indigeni apparivano buoni, ingenui, ospitali, capaci di vivere
semplicemente e ci sembrava avvalorare i sospetti degli spagnoli
di trovarsi di fronte a uomini senza peccato originale.
Arrivata in Europa, la straordinaria notizia si diffuse in
brevissimo tempo, favorendo discussioni accese ma anche racconti
fantasiosi. Cos cominci a prendere piede l'idea che l'uomo fosse
buono per natura e che il male fosse di derivazione sociale;
questa idea  pi nota come mito del buon selvaggio. Ad essa si
accompagn la speranza che potesse esistere in qualche parte del
mondo non ancora conosciuta, una societ i cui abitanti avessero
trovato le regole per vivere insieme in armonia, cio la
dimensione epistemica della politica che la filosofia occidentale
stava cercando dai tempi di Platone. Alcuni intellettuali,
favoriti anche da quella tendenza ludica a cui facevamo cenno in
precedenza, e dal desiderio di una vita migliore, che  sempre
stato presente negli uomini di tutti i tempi, cominciarono ad
immaginare questo nuovo tipo di societ.
Un altro elemento dell'utopia rinascimentale  l'idea dell'isola
sperduta nell'Oceano. Per quasi duecentocinquant'anni, cio finch
durarono le grandi esplorazioni di oceani e continenti, la
fantasia degli scrittori collocher la scoperta di questa societ
nuova su un'isola fino ad allora sconosciuta, raggiunta
casualmente da qualche navigante. Al fortunato scopritore non
rimaneva poi che riportare la stupefacente notizia: gli abitanti
di quell'isola avevano reso possibile l'antico sogno dell'uomo di
realizzare sulla Terra il regno della giustizia, in cui egli
potesse vivere in armonia con se stesso e con gli altri. Questa
societ diversa, piena di gente felice, veniva poi abilmente messa
a confronto con le miserie della vita reale, la violenza diffusa,
le ingiustizie sociali, l'oppressione politica.
Che le opere utopiche scritte nel periodo del Rinascimento si
ispirassero alle notizie che provenivano dai viaggi, dalle
esplorazioni e dalle notizie che giungevano dal Nuovo Mondo
risulta evidente dalla lettura delle opere stesse. Il viaggiatore,
il cui nome  Raffaele Itloideo (cio distributore di ciarle),
che racconta a More e all'amico Pietro i suoi viaggi e la scoperta
dell'isola di Utopia,  ritenuto compagno di viaggio di Amerigo
Vespucci. Uno dei protagonisti de La Citt del Sole di Campanella
( pagine 53-58), altra nota opera utopica scritta circa cent'anni
dopo,  il Nocchiero Genovese di Cristoforo Colombo, e racconta di
un'isola nell'Oceano Indiano (Ceylon? Sumatra?), in cui ha trovato
il luogo dove  realizzata la societ epistemica, la Citt del
Sole. Il titolo dell'opera ricorda la denominazione ufficiale
dell'Impero Inca - Impero del Sole - e dell'inca-capo supremo,
incarnazione della divinit - Figlio del Sole -. Anche La nuova
Atlantide di F. Bacon ( pagina 80), che viene di solito inserita
fra le opere utopiche, immagina che un gruppo di naviganti, spinti
dalle condizioni atmosferiche avverse, siano sbarcati sulla
misteriosa isola di Bensalem.
Nelle opere utopiche del Rinascimento compaiono spesso le idee che
sono comuni agli scritti di questo genere: a) la messa al bando
dell'individualismo e dell'egoismo e l'eliminazione delle
differenze fra ricchi e poveri attraverso l'abolizione della
propriet privata; b) la diffidenza verso la struttura familiare e
l'obbligo della vita in comune; c) la funzione fondamentale di
controllo minuzioso della vita quotidiana di ogni abitante da
parte dello Stato, che in queste societ viene ad incarnare l'idea
del Bene al potere.
Per tutto il tempo in cui il pensiero utopico  stato in auge,
queste opere sono state lette in Occidente con attenzione e
simpatia. Nei luoghi in cui i sostenitori di queste idee sono
andati al potere, ad esempio in Russia dopo la Rivoluzione
d'Ottobre, la lettura delle stesse opere avveniva in modo molto
diverso, anche se ugualmente interessante. E siccome questo genere
di lettura  poco noto in Occidente, riteniamo valga la pena
accennarvi.
Utilizziamo come esempio il modo in cui veniva considerata l'
Utopia di More in relazione al lavoro forzato. L'umanista inglese
lo prevede espressamente nella sua isola di Utopia, anche se
afferma: non si trova in nessun luogo della Terra un popolo pi
straordinario, n una repubblica pi felice.
Seguiamo il testo dell'opera di More: Come schiavi in Utopia non
si hanno n i prigionieri di guerra, [...] n i figli di schiavi,
n infine quanti si possono acquistare fra gli schiavi di altri
popoli, bens quelli la cui scellerataggine finisce in schiavit o
quelli la cui colpa, commessa in citt straniere, destina
all'estremo supplizio. Queste varie specie di schiavi sono addetti
ai lavori forzati a vita; ma quelli di Utopia li trattano pi
duramente come gente perduta pi degli altri e meritevole di pi
grandi punizioni, perch pur essendo avviati a virt da una
splendida educazione, non poterono frenarsi dalla colpa  (Utopia,
l. secondo, Sugli schiavi; i corsivi sono nostri).
Alcuni filosofi russi contemporanei, fra cui Igor Shafarevic,
autore dell'opera fondamentale Socializm kak iavlenie mirovoi
istorij (traduzione italiana Il socialismo come fenomeno storico
mondiale, La casa di Matriona, Milano, 1980, confronta il capitolo
terzo, Il socialismo dei filosofi), opera venuta alla luce nel
1977 nel samisdat (editoria clandestina), hanno ritenuto che
questo passo dell'opera di More sia rivelatore della logica
interna al pensiero utopico. La quale funziona in questo modo: se
nella societ ideale  abolita ogni forma di schiavit
tradizionale, inaccettabile in quanto espressione dello
sfruttamento dell'uomo sull'uomo, si rende per necessaria una
nuova forma di schiavit come punizione per motivi particolarmente
gravi, cio per quelli che mettono in discussione gli altissimi
princpi morali, su cui si basa la nuova societ. I lavori forzati
a vita sono il modo in cui una societ, fondata sull'idea di
giustizia, punisce chi commette la colpa di non adeguarsi
all'altissimo livello di virt, che essa prevede, richiede ed
impone.
A fondamento di questa tesi possono essere presentati tanti
episodi della storia del nostro secolo, ma non solo. Per esempio,
durante il periodo giacobino della Rivoluzione Francese fu deciso
dal governo di Parigi di abolire la schiavit nelle colonie,
proprio mentre il terrore sulla popolazione in nome della virt
raggiungeva al suo culmine.

G. Zappitello, Antologia filosofica,, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno. Introduzione.
Il dibattito sul libero arbitrio e la questione antropologica.

L'espressione libero arbitrio, affermatasi nella filosofia
medievale,  di derivazione teologica. Essa sta ad indicare la
possibilit dell'uomo di possedere una volont libera di fronte al
bene e al male (libert interiore ed esteriore) e quindi di essere
responsabile delle proprie azioni. Questa sovranit dell'uomo
sulle sue scelte, sia pur non assoluta, n illimitata,  anche il
fondamento della sua dignit ontologica. Il dibattito sul libero
arbitrio, che si svilupp nel periodo rinascimentale e continu
sino alla fine del Seicento, ha importanti risvolti filosofici.
Particolarmente famosa  la diatriba che pose l'uno contro l'altro
Erasmo da Rotterdam e Lutero. Essa mise in evidenza due
antropologie diverse fra di loro anche se entrambe radicate nella
dottrina cristiana.
Inizi Erasmo, uno dei filosofi pi tolleranti e disponibili al
dialogo dell'intera storia della filosofia. Egli aveva assistito
con preoccupazione allo scontro fra Lutero e l'istituzione
ecclesiastica ed era intervenuto pi volte, invitando entrambe le
parti al dialogo, alla comprensione reciproca e alla tolleranza.
Preoccupato per dal modo in cui Lutero interpretava il rapporto
fra la libert umana e la grazia divina, decise di scendere in
campo a favore della libert e della dignit dell'uomo con l'opera
Diatriba de libero arbitrio (1524). La posizione di Lutero era
emersa fin dall'incontro con il teologo Giovanni Eck (giugno
1518), in cui il monaco agostiniano aveva espresso chiaramente la
sua posizione affermando: Fra il peccato e la grazia non
riconosco nulla in mezzo (nullum habeo medium). Essa poi si era
precisata negli scritti del 1520, in particolare ne La libert del
cristiano, opera in cui si trovano affermazioni del tipo:
solamente la fede senza alcuna opera rende giusti e buone e
giuste opere non rendono mai l'uomo buono e giusto, ma un uomo
buono e giusto fa buone e giuste opere.
L'opera di Erasmo  strutturata secondo lo schema della quaestio
medievale: egli presenta la propria posizione, poi i testi della
Sacra Scrittura a favore della sua tesi, quelli contro di essa e
infine la sua proposta conclusiva in cui, sia pure con molto garbo
e disponibilit nei confronti delle tesi luterane, egli fa
presente a Lutero le sue preoccupazioni di fronte ad affermazioni
troppo drastiche sul fatto che tutto ci che l'uomo compie non 
altro che peccato e che solo la grazia divina lo pu salvare
(dottrina luterana della giustificazione per fede).
Erasmo svilupp la sua tesi ponendo in primo piano interessi
etico-pratici e non teologici e si preoccup di dimostrare quanta
parte della dottrina cristiana diventerebbe assurda senza il
libero arbitrio, da cui derivavano la responsabilit per le
proprie azioni, i meriti acquisiti ed il giudizio finale sui buoni
e sui malvagi. Sul piano teologico egli si schier per una via di
mezzo fra il luteranesimo e il pelagianesimo affermando che la
libert umana era sopravvissuta al peccato originale, sia pur
indebolita, e rimaneva la fonte prima della sua dignit di fronte
a se stesso e di fronte a Dio: A che cosa servirebbe l'uomo tutto
intero se Dio agisse con lui come il vasaio con l'argilla?.
Lutero rispose con l'opera De servo arbitrio (1526), divisa in tre
sezioni. Le prime due citano e commentano testi della Scrittura.
Nella terza parte il riformatore ribadisce la sua dottrina,
appoggiandosi all'autorit di S. Paolo: Dio solo  l'autore della
nostra salvezza, l'uomo non  in grado di scegliere fra il bene ed
il male, non esiste la libert come dono naturale concesso da Dio
a tutti gli uomini. La volont  naturalmente determinata al male;
senza l'aiuto divino l'uomo sceglie spontaneamente e con
deliberata volont sempre e solo il male.
Non ci pu essere libero arbitrio anche perch esso  negato dalla
predestinazione divina, perch senza l'aiuto di Dio l'uomo 
necessariamente in preda al demonio ed infine perch la natura
umana  stata corrotta dal peccato originale. Lutero raggiunge il
massimo di chiarezza e di efficacia utilizzando l'esempio del
giumento da soma: la volont umana  posta tra i due [Dio e
Satana] come un giumento, il quale, se sul dorso abbia Dio, vuole
andare e va dove vuole Dio ... se invece sul suo dorso si sia
assiso Satana, allora vuole andare e va dove vuole Satana, e non 
sua facolt di correre e cercare l'uno o l'altro cavalcatore, ma i
due cavalcatori contendono fra loro per averlo e possederlo.
Dopo il peccato originale l'uomo ha perso la possibilit di
acquisire meriti per la salvezza con le sole sue forze, il libero
arbitrio  rimasto come attributo della divina maest; nell'uomo
esso si  trasformato in servo arbitrio. La libert dell'uomo non
riguarda pi la salvezza, ma essa si esercita solo sulle cose
inferiori.
Questa dottrina di Lutero comportava, fra l'altro, un giudizio di
totale condanna del paganesimo e di tutta la cultura classica
(senza la grazia divina l'uomo non pu fare che male). Anche il
Rinascimento, nel tentativo di recuperare positivamente la
sapienza del mondo antico, veniva giudicato negativamente.
Diversa era la posizione di Erasmo, convinto che la filosofia
pagana avesse molti punti in comune con la dottrina cristiana, che
l'insegnamento di Socrate, Platone, Aristotele e di altri filosofi
fosse di alto livello spirituale e dovesse essere valorizzato come
propedeutico alla dottrina cristiana.
Quello del libero arbitrio fu uno dei problemi pi importanti
che dovette affrontare il Concilio di Trento. La dichiarazione
definitiva dei padri sinodali arriv il 15 gennaio 1547. Essa
affermava che, nonostante il peccato originale, il libero
arbitrio non fosse affatto estinto negli uni e negli altri [pagani
ed ebrei], ma soltanto indebolito e malamente incrinato.
Riassumendo, possiamo affermare che il Rinascimento consegn al
mondo moderno tre ben distinte antropologie, tutte e tre di
derivazione cristiana. Quella luterana riteneva l'uomo incapace di
compiere il bene e quindi destinato alla dannazione eterna senza
la grazia di Dio. L'antropologia erasmiana e cattolica esprimeva
invece la convinzione che l'uomo fosse profondamente condizionato
dal male, ma ugualmente capace di essere libero e di compiere il
bene. Infine la terza antropologia, vicina alle antiche teorie
pelagiane, riteneva che l'uomo fosse buono per natura e i suoi
problemi, compreso il suo essere malvagio, fossero spiegabili e
comprensibili a livello sociale e quindi potessero trovare nella
societ la loro soluzione. Questa antropologia era stata
suggerita, come abbiamo ricordato, dall'equivoco in cui erano
caduti i primi navigatori spagnoli giunti in America ed aveva
preso piede favorita da avvenimenti storici di grande portata (le
guerre di religione) e sospinta dalla forza della fantasia e del
desiderio degli intellettuali dell'epoca. Essa sar destinata ad
un grande futuro.
